martedì 17 ottobre 2017

L'11 settembre di Das Kapital / 2

[clicca qui per la prima parte]


Che gli esiliati tedeschi fossero “attenzionati” dagli sbirri bismarkiani è cosa ovvia e già ne ho fatto cenno nel post precedente. Ad ogni modo, dopo quattro giorni trascorsi presso l’hotel Zingg ad Amburgo, la trasferta ad Hannover di Marx non ebbe problemi. Fu ospite del dottor Ludwig Kugelmann, «un medico molto importante nella sua specialità, cioè come ginecologo. […] le altre autorità mediche […] sono in corrispondenza con lui. Qui, quando si presenta un caso difficile in questo ramo, viene subito chiamato lui a consulto. Per farmi intendere l’avidità professionale e la stupidaggine locale, mi racconta d’essere stato dapprima bocciato, cioè non accolto nella società medica, perché la ginecologia non è che una “porcheria immorale”. Kugelmann ha molta capacità tecnica. Ha scoperto una quantità di nuovi strumenti in questa specialità. […] Molte volte m’annoia col suo entusiasmo, in contraddizione con la sua calma quale medico. Ma egli capisce, è profondamente onesto, senza riguardi per nessuno e capace di sacrifici e, ciò che è la cosa più importante, convinto. Possiede una raccolta di lavori nostri migliore di quella di noi due presi insieme» (*).


lunedì 16 ottobre 2017

L'11 settembre di Das Kapital / 1


Il primo libro de Il Capitale: Critica dell’economia politica, è stato pubblicato nel 1867, ossia giusti 150 anni or sono. Dell’anniversario di questa pubblicazione non se ne sono occupati in molti, anzi, quasi nessuno. Ed è un bene, poiché il più delle volte di Marx e della sua opera si scrivono banalità, infamie e cazzate. Karl Marx è sicuramente l’uomo più calunniato di sempre. La sua opera principale, unitamente a L’origine delle specie, sono tra le opere più citate e meno lette. Per un primo semplice motivo: tutti credono di sapere di che cosa si tratti. Nel caso del Capitale non di rado si sente dire che non vale la pena leggerlo.

Un esempio. Horold Wilson, il primo ministro britannico, si vantava di non averlo mai letto: “Sono arrivato solo alla seconda pagina, dove c’è una nota che prende quasi una pagina intera. Ho pensato che due frasi di testo e una pagina di note fossero troppo”. Inutile dire che l’unica nota un po’ lunga si trova a conclusione del primo capitolo, aggiunta alla seconda edizione. Invece è proprio curioso il caso de L’origine delle specie, laddove Darwin già al termine della prima pagina presenta una nota analoga, per lunghezza, a quella che si trova alla fine del primo capitolo del Capitale, e un’altra nota abbastanza lunga al termine della seconda pagina. E tuttavia possiamo giudicare il valore di un’opera scientifica su questo stupido genere di considerazioni?

sabato 14 ottobre 2017

La vera questione


Il vero problema politico che ci troviamo a dover affrontare in questo secolo non è la forza del capitalismo, la cui crisi generale, storica, è sotto gli occhi di tutti. La vera questione è la debolezza dell’alternativa, cioè la mancanza di proposta di ciò che deve e può significare una società improntata a principi e valori diversi da quelli attuali, quelli di una società voluta e non subita.

Detto tra parentesi, che pena vedere com’è ridotta quella che passa per essere la sinistra in Italia. Dai liberali Bersani-D’Alema agli anticapitalisti passando per quella merda di uomo che si atteggiava a ecumenico leader della sinistra. Pronti alla lotta per raggranellare qualche seggio in parlamento.

Alla luce dell’esperienza del Novecento il comunismo rappresenta un sistema che tutti temono. Hai voglia a dire e argomentare che quei regimi non erano per nulla ciò che proclamavano di essere. Le persone comuni di quelle ripetute esperienze hanno paura. Tanto è vero che questa parola è stata espunta e sostituita, quando va bene, dal più neutro e generico “anticapitalismo”. Che cosa vorrà mai dire essere anticapitalisti in un’epoca nella quale lo sono anche quelli di CasaPound e papa Bergoglio?

Non ci siamo posti il problema, di là delle ricette della vecchia scuola, di ciò che vogliamo veramente, di che cosa intendiamo concretamente e realisticamente per liberazione degli uomini e superamento del capitalismo. Questo limite è la ragione essenziale per cui non riusciamo a fare dei passi in avanti, per cui ci perdiamo in polemiche e non riusciamo ad avere alcuna proposta condivisa e un ruolo. Finché staremo fermi sulle solite posizioni siamo destinati alla divisione e alla sconfitta.



venerdì 13 ottobre 2017

Non basta baciare la reliquia

Salvo sorprese al Senato, la legge elettorale con la quale andare al voto si chiamerà rosatellum. Se poi, uscendo dal seggio, vi sentirete un po’ coglioni, in tal caso non abbiate dubbi, vi avranno coglionato ancora una volta. Tanto, direte, se non si va a votare faranno ugualmente ciò che vogliono. Bravi, continuate a raccontarvi storielle consolatorie.

Scriveva Luciano Canfora che il sistema è dominato da “un’oligarchia dinamica incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali” (La democrazia, p. 331). Non si riferiva alla Grecia antica, ma al sistema attuale, non molto dissimile da quelli di sempre.

Nel 2013, scrissi a mia volta (si parva licet) che Grillo e la sua armata Brancaleone avevano perso un’occasione storica rifiutando anche solo il tentativo di un accordo minimo con il Pd di Bersani. Volevano tutto, non hanno avuto nulla. Volevano fare una rivoluzione in parlamento. Quando mai si sono viste cose del genere in simile consesso? Non basta l’ambizione, ci vuole anche un certo talento, un minimo di cultura e di duttilità, un po’ meno vaghezza e pressapochismo.

Del resto questi ragazzotti non dovevano prefigurare una società a venire, quanto obbedire alla fortissima intimazione dall’hic et nunc storico-sociale. Non basta più baciare la reliquia, oggi come ieri contano ben altre credenziali, soprattutto internazionali. Insomma, il vero potere, l’oligarchia dei soldi, degli affari e delle rendite, accetterebbe un governo che non può totalmente controllare e ricattare?



mercoledì 11 ottobre 2017

Il divide et impera di sempre



La borghesia, e la parte degli intellettuali che ne dipende, non frappone apertamente alcun ostacolo alla diffusione del sapere tra le masse popolari, anzi, a volte sembra addirittura premere per una “popolarizzazione” della scienza. Eppure i livelli più alti, più specifici del sapere-potere, quelli che presiedono alla direzione scientifica dell’economia e quelli specialistici del controllo sociale (alti funzionari degli apparati, giornalisti grandi firme e birilli vari), rimangono monopolio di pochi prescelti, rimangono “sacri misteri”.

La comprensione delle idee fondamentali e dei sistemi di gestione viene resa enormemente difficoltosa attraverso l’uso di astrazioni e tecnicismi, inusuali presso le anime comuni. È sicuro che per acquisire queste conoscenze precise e specifiche, e non soltanto briciole volgarizzate di esse, bisogna poter disporre di molto tempo e denaro, in modo da potersi permettere di vivere senza lavorare per diversi anni. Condizioni che sono tutte, evidentemente, proibitive per le masse popolari (*).


martedì 10 ottobre 2017

Sacri misteri / 1


Cinque anni fa, esattamente il 22 ottobre, scrivevo il post che ora qui sotto ripropongo con lievi tagli. Corsi e ricorsi della “behavioural economics” et simila, in un mondo che è sempre più corroso dalla schizofrenia e dall’opportunismo. Del resto sono quasi due secoli che l’economia politica non indaga più la realtà ma si limita a descrivere le ombre proiettate sul fondo della caverna. Perché ciò avvenga è presto detto: almeno a livello ufficiale dev’essere mantenuto il silenzio sul segreto della società borghese, ossia sul fatto che essa, sotto qualunque bandiera, è una società che poggia sulla schiavitù.

*

Dopo che l’utopia neoclassica dell’equilibrio perfetto si dimostrò per quel che era, iniziarono a farsi strada, presso gli apologeti del capitalismo J.A. Schumpeter e W.C. Mitchell, i primi abbozzi di una “teoria dei cicli” che altro non era che una presa d’atto della natura ciclica del capitalismo. La crisi generale del 1929, infine, con la sua sconvolgente drammaticità, rendeva necessaria una nuova teoria tale da spiegare ciò che stava avvenendo e proponendo a sua volta dei rimedi.

Ad assumersi il compito teorico di tranquillizzare la borghesia offrendole in pasto nuove idiozie, provvide Y.M. Keynes, uno del pensatoio di Cambridge, con la sua Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1935. Tale teoria rappresenterà, per parecchi decenni, una specie di catechismo negli atenei occidentali e una nuova religione per i saltafossi del riformismo che con essa potranno beatificare il capitalismo.

lunedì 9 ottobre 2017

Il giornalista e il robot



Pierre Guillaume Frédéric Le Play (1806-1882), ingegnere, sociologo ed economista, una volta chiese al suo uditorio quale fosse la cosa più importante generata dalla miniera. L’uditorio di Le Play rispose: “il carbone”, oppure “il ferro”, e anche “l’oro”. Le Play non ebbe difficoltà a rispondere che la miniera aveva generato anzitutto “il minatore”. Sarebbe interessante chiedere oggi che cosa stia generando la cosiddetta industria 4.0. Gli uomini, e il loro lavoro, tanto efficienti in un ambiente tecnicamente immaturo, oggi non sono più al centro di nulla. Sono stati man mano sostituiti dalla tecnologia, sebbene certe attività, soprattutto le più umili e faticose, restino ancora appannaggio del lavoro umano.

Del resto, lo scopo della tecnologia industriale, quando è usata capitalisticamente, non è quello di alleviare la fatica umana. Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, l’innovazione tecnologica e tecnica punta a ridurre le merci più a buon mercato, ossia ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa, che l’operaio cede gratuitamente al capitalista, quale mezzo per la produzione di plusvalore.

Storicamente si possono studiare i differenti modi di produzione in base ai differenti mezzi di produzione, perciò il nesso fra i rapporti sociali di produzione e quei modi di produzione. Ed è interessante notare quali sconvolgimenti si sono prodotti, di volta in volta, nei rapporti sociali di produzione con il mutamento dei differenti mezzi di produzione.

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venerdì 6 ottobre 2017

Cinque secoli dopo



Nella questione catalana, e di altri nazionalismi solo assopiti, quanto conta il fallimento dell’Europa? È questa, credo, la domanda da cui partire nell’esame di questa disputa tra due nazionalismi. Dopo oltre mezzo secolo di “costruzione” europea ci troviamo un’Europa della falsa coscienza (vedi la questione migranti), del business e dello shopping, del consumo e della rinuncia, dei troppo ricchi e dei molti senza speranza (anche in Germania). L’Europa di Ventotène appartiene ai sogni del passato.

Un’Europa unita ancora non esiste e non sarà mai fino a quando prevarranno gli interessi delle singole nazioni, degli agglomerati capitalistici. Un esempio, per quanto banale, è dato dall’articolo del Welt a proposito dell’accordo italo francese tra STX e Fincantieri. La preoccupazione tedesca per le sorti della propria cantieristica navale, alla luce di tale accordo, è normale nella competizione capitalistica e nella logica degli Stati nazionali (il 90% del commercio mondiale avviene via mare). Scandalizzarsi di questo fatto, così come di altri, penso alle banche, è semplicemente puerile. Se si leggono le Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, si possono cogliere grossomodo le stesse preoccupazioni e il medesimo respiro della contesa economica. Cinque secoli dopo.

Di quale “casa comune” stiamo parlando? Di quale parlamento europeo? È l’unica istituzione dell’UE eletta direttamente dal popolo, ma di poteri reali non ne ha manco l’ombra. Infatti, non esercita alcun potere legislativo, il quale resta nelle mani dell’esecutivo, in concreto in quelle della Commissione europea e del Consiglio europeo (composto dai capi di Stato o di governo): la prima propone il testo di legge, il secondo lo approva o respinge; il Parlamento ha il solo potere di emettere un parere non vincolante (*). Chiaro che una regione ricca ed evoluta come la Catalogna cerchi per sé posto nella Commissione e nel Consiglio europei.

giovedì 5 ottobre 2017

American way



Un po’ più di vent’anni fa guardavo insospettabili professionisti esibirsi in balli country e mi chiedevo come potesse piacere quella roba lì. Credo non vi siano testi di canzoni più insulsi di quelli, neanche certe canzonette sanremesi. Non parliamo poi di quella musica, che in quasi tutti gli Usa ti accompagna ossessivamente in ogni luogo e in ogni orario. Non era comunque un motivo valido per ammazzarne 59 e ferirne mezzo migliaio al Route 91 Harvest country music festival.

La tragedia di Las Vegas ha rovinato migliaia di vite. Non basta cavarsela dicendo che Paddock era "un uomo malato, un demente”. Troppo spesso negli Usa succedono stragi del genere, troppo facile procurarsi armi micidiali. Per quale motivo dev’essere legale acquistare un’arma che può sparare centinaia di colpi in un minuto? A quanto pare Paddock ha portato nella sua suite, al Mandalay Bay Resort, più di dieci valigie, alcune delle quali contenevano un totale di 23 fucili, 19 pistole e migliaia di munizioni. Nessuno s’è accorto di nulla.

Questa strage fa seguito a quella dell’anno scorso con protagonista Omar Mateen, il quale ha provocato la morte di 49 persone e il ferimento di 58. E prima la strage alla Sandy Hook Elementary School, con 27 morti, trai i quali 20 bambini. E quella alla Columbine High School, ad opera di due studenti che massacrarono 12 alunni e un’insegnate, decine i feriti. La storia americana è punteggiata da questi massacri. A cominciare dalla strage del 1927 alla Bath School, con 45 morti, quasi tutti bambini, e 58 feriti.


domenica 1 ottobre 2017

[...]



La parola comunismo ha subito tali torsioni (per usare un eufemismo) nel corso del Novecento, che essa risulta pressoché inutilizzabile, specie a riguardo delle nuove generazioni che delle temperie del secolo passato hanno, quando va bene, un’idea vaga e piuttosto imprecisa (*).

E però non c’è un termine sostitutivo, poiché la parola comunismo rinvia, piaccia o no, a idee e principi imprescindibili nella lotta contro l’esistente e quale prefigurazione di una società senza classi, di un nuovo mondo dove l’uomo non sia più, o risulti sempre meno, a causa di dati rapporti sociali, homo homini lupus.

Si dirà che si tratta di utopie, di sogni, ma è su tali concrete utopie che possiamo sperare di costruire un nuovo “umanesimo”, vale a dire una società sempre più libera dai vincoli dell’economicismo strabico e che consenta agli esseri umani di vivere e non solo di sopravvivere, in simbiosi con una natura che si prodiga di offrirci risorse quasi senza limiti purché si voglia ripristinarla e affrancarla da ciò che è ora, ossia patrimonio fondiario in funzione del profitto del grande capitale e delle logiche che lo sottendono.


venerdì 29 settembre 2017

giovedì 28 settembre 2017

Vittime del loro opportunismo





È lontana l’epoca della piena occupazione, del posto di lavoro garantito o quasi, dei consumi maggiori di quanto fino a una certa epoca i lavoratori avessero mai avuti, l’epoca nella quale ognuno poteva credere e sperare nella possibilità di migliorare la situazione della propria vita. Tutto ciò dava un senso di soddisfazione che rese troppo fiduciosi verso il sistema capitalista e la rappresentanza politica di sinistra.

Dopo gli anni della contestazione e delle lotte grazie alle quali si erano ottenute alcune indubbie conquiste, la volontà di operare per un’alternativa politica effettiva si affievoliva. Restava più sul piano delle idee, delle dichiarazioni di principio, ma senza spinte reali. Del resto, il sedicente socialismo reale non dava certo buon esempio di sé, e la vicenda cilena non era passata inosservata. Quanto all’antagonismo di classe, minoritario quando non clandestino, doveva patire il gradiente di una trasformazione sociale favorita anche dai massicci interventi dal lato della spesa pubblica.

mercoledì 27 settembre 2017

Un paese di mariuoli



L’Italia è un paese senza speranza. Qualunque tentativo di riforma strutturale è destinato inesorabilmente ad abortire. Per diversi motivi, storici e contingenti, ma ne spicca uno in particolare: siamo un paese di mariuoli. Chi più e chi meno dotato, difficile stabilire eccezioni.

Basti pensare al caso del più recente terremoto: 120 miserabili sciacalli hanno chiesto la residenza in quelle zone per intascare gli aiuti che possono arrivare anche a 900 euro il mese. Oppure quelle centinaia di finti poveri che incassavano l’assegno sociale ma erano residenti all’estero anche da sessant’anni. Le decine di docenti universitari arrestati o indagati che truccavano i concorsi, tra i quali un ex ministro. Ogni giorno è un florilegio. E questo è solo ciò che sappiamo.

lunedì 25 settembre 2017

Elezioni tedesche: non cambia nulla



Con aggiornamento sui dati definitivi dei seggi attribuiti.

Per il Centro (Die Mitte) della Merkel è una batosta, con la perdita di 4.462.145 voti (-8,61%), e può contare su 246 seggi rispetto ai precedenti 309. Per la SPD è il risultato peggiore dal 1949, con la perdita di 3.305.091 voti (-5,22%), 153 seggi rispetto ai precedenti 193. Pertanto la Grande coalizione tedesca tra centro e socialdemocratici perde complessivamente 7.767.236 voti, e passa da 504 seggi a 399 (-105). Ad ogni modo sufficienti per governare (il totale dei seggi è 709, mentre nel 2013 era di 631), posto che Martin Schulz se ne dovrà andare dalla presidenza della SPD (anche se ha dichiarato il contrario) per lasciare probabilmente il posto a Manuela Schwesig, il primo ministro del Meclemburgo-Pomerania occidentale. Non dovrebbe quindi cambiare sostanzialmente nulla in Germania, salvo il fatto che si dovranno recuperare i voti persi a favore dell’estrema destra che ha ottenuto 5.877.094 voti, infatti AFD entra in parlamento con 94 seggi, avendo superato abbondantemente la soglia di sbarramento del 5%. Da notare che entrano in parlamento anche i liberisti del FDP con quasi 5 milioni di voti e 80 seggi. Un’opposizione AFD più FDP che può dare qualche fastidio. Singolare, come sempre, la situazione della capitale, dove Die Linke è nettamente il primo partito.

domenica 24 settembre 2017

[...]


Sapete che cos’è la biliverdina? Io non lo sapevo. Si tratta di una sostanza legata alla degradazione del sangue. Pare sia stata identificata – scrive il Corriere della sera – tra le fibre della sindone grazie alla tecnica della spettroscopia Raman, che riconosce la struttura delle molecole, come fosse una sorta d’impronta digitale. Tempo addietro pare sia stata riconosciuta anche la presenza di un componente del sangue come la creatinina e di una proteina presente in molti tessuti, come la ferritina.

I due risultati indicano – scrive sempre il Corriere – che l’uomo avvolto nella sindone aveva affrontato una morte crudele, un trauma produce la biliverdina come degradazione dell’emoglobina nel sangue e la creatinina con ferritina risulta dalla degradazione delle fibre muscolari. Nessun’altra causa è stata presa in considerazione, e soprattutto nessun dubbio che si tratti di tracce ematiche.

Cascano male, e noi con loro



Non sembriamo, in generale, abbastanza avvertiti e preoccupati di ciò che sta avvenendo e minaccia di accadere fuori dei nostri patri confini, e ciò soprattutto perché siamo presi dal grande evento riminese, dove un trentunenne è stato incoronato, a furore di web, candidato presidente del consiglio dei ministri. In un paese fantasioso come l’Italia tutto è possibile. Ad ogni modo provo a parlare d’altro e scusate l’insistenza.

Sulla scia del discorso bellicoso e minaccioso del presidente Trump alle Nazioni Unite di quest’ultima settimana, la guerra di dichiarazioni tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord si è intensificata aumentando il pericolo di un conflitto militare catastrofico, dagli esiti imprevedibili.

venerdì 22 settembre 2017

Non di solo assistenzialismo



Ritorno brevemente sull’articolo di Salvatore Rossi di ieri. La cosa che di quell’articolo mi trova meno d’accordo, di là delle cifre e delle considerazioni, sta nel titolo. Quel riferimento all’assistenzialismo tout court che può dare, mi rendo conto, anche fastidio. Chiaro che il Sud non è solo assistenzialismo (quanto ad assistenzialismo – pur con un impiego delle risorse incomparabilmente migliore – le due province autonome di Trento e Bolzano non scherzano). Il Sud personalmente lo conosco molto bene, starei per dire benissimo. È fatto prevalentemente di tanta brava gente – non è un modo ruffiano di dire – che lavora e spesso si spacca la schiena. Persone che pur di lavorare sono emigrate, come del resto è capitato anche a generazioni di Veneti e Friulani. Ma il Sud è anche, ben lo sappiamo, indolenza e rassegnazione. Quest’ultima è facile da condannare, ma lì le cose non sono per nulla facili, il rischio è alto per chi si oppone ad un certo andazzo. Poi viene anche il secolare assistenzialismo, che però va inquadrato storicamente e nelle realtà concrete. Soprattutto – e qui riprendo quasi alla lettera un commento al post di ieri – la miope borghesia meridionale ha preferito rimanere sul cavallo della rendita e del finanziamento pubblico – quindi passibile di ampi storni – invece di rischiare una fondata e duratura evoluzione del proprio contesto produttivo e sociale. La politica nazionale ha seguito lo stesso ragionamento conservativo, anche per ragioni elettorali, favorendo uno status quo già allora insostenibile, e dunque l’assistenzialismo camuffato da pubblico impiego, da finanziamenti a fondo perduto, pensioni di invalidità, contributi previdenziali fittizi a go-go, ecc..


Questa mattina, di getto, su un tema di discussione di per sé infinito e quanto mai controverso, volevo aggiungere questo.

giovedì 21 settembre 2017

Una vecchia, irredimibile, questione



Ieri su il Foglio è stato pubblicato un lungo articolo a firma di Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d'Italia, dal titolo molto eloquente: Appunti definitivi sulla vexata quaestio meridionale, che non è una questione. Si chiama assistenzialismo secolare.

L’articolo prende avvio riportando alcuni dati macroeconomici:

Al Sud risiede un terzo della popolazione italiana, ma vi si produce un quarto del pil complessivo, un quinto del pil del settore privato e si esporta un decimo; vi si concentra invece quasi metà dei disoccupati italiani e i due terzi dei cittadini poveri, secondo la definizione di povertà relativa. Dalla seconda metà degli anni Settanta l'inseguimento che il sud aveva iniziato con qualche successo nei confronti del Nord si è fermato: il prodotto pro capite a valori correnti al Sud era poco più di metà di quello del centro-Nord nel 1951; si innalzò fino a circa il60 per cento nella prima metà degli anni Settanta; da allora è ridisceso, al 56 per cento due anni fa, secondo gli ultimi dati disponibili (ottenuti combinando opportunamente le fonti Istat e Svimez).

Le cause di questa arretratezza e inefficienza cronica, di questo divario così troppo netto tra Nord e Sud, non riguardano, per esempio, le risorse destinate al Sud, ma piuttosto come esse sono state e vengono impiegate. Quindi un problema di gestione e di classe politica, sicuramente. Un problema di infrastrutture di comunicazione, di strade e ferrovie. Certo, anche questo. La vicenda della Salerno-Reggio è fin troppo nota. Un problema di distanze, laddove si consideri che far arrivare i componenti per auto a Termini Imerese per poi assemblarli e rispedirli via nave è cosa cervellotica.

E allora, di che cosa dovrebbe vivere, per esempio, la Calabria e la Sicilia? Di agricoltura, pesca, turismo, di artigianato? E perché no? Se però si devastano le coste con milioni di vani abusivi, poi condonati con leggi regionali ad hoc, peraltro spesso senza realizzare le opere di urbanizzazione, sarà difficile incentivare il turismo, soprattutto quello dal Nord Europa che anche nella stagione invernale potrebbe trovare accoglienza nel clima mite di queste regioni. Se siete stati, per esempio, alla spiaggia di San Vito Lo Capo, non c’è bisogno di commento. E di situazioni così ve ne sono molte, troppe. Quel degrado non è colpa né della politica né di altri che non siano gli stessi fruitori di quel sito, e anche di tante persone per bene che tollerano che tutto ciò avvenga.

E la situazione al Sud, per fortuna non omogenea, è la stessa per molti versi di ciò che avviene a Roma. Hai voglia a cambiare amministratori, neanche con la legge marziale si pone più rimedio a decenni di tanto schifo.

N.B. : al Nord le cose non vanno benissimo, vi sono situazioni che gridano anche qui, ma se non altro ci si sforza di non far traboccare il vaso.


mercoledì 20 settembre 2017

Il gusto per l’ironia involontaria



Il discorso pronunciato ieri da Donald Trump alla sessione di apertura dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York può ben dirsi senza precedenti sia per l'ONU e sia per la presidenza americana. Neanche Chruščëv, pur con ben altre motivazioni, era arrivato a tanto.

Parlando davanti a un consesso creato apparentemente per salvaguardare l'umanità “dal flagello della guerra”, il presidente americano ha apertamente abbracciato una politica di genocidio dichiarando che “Gli Stati Uniti hanno grande forza e pazienza, ma se costretti a difendere se stessi o i loro alleati, non avremo altra scelta se non quella di distruggere completamente la Corea del Nord”. Quindi di essere “pronto, disponibile e capace di distruggere totalmente la Corea del Nord” e i suoi 25 milioni di abitanti.

E che gli Stati Uniti sappiano creare dei pretesti ad hoc per un attacco “preventivo” non è cosa nuova e di cui stupirsi: dal Tonchino alle armi di distruzione di massa di Saddam, passando per le decine di guerre che costellano la loro storia recente e passata, possiamo essere certi che questo fascista non avrebbe esitato un attimo ad attaccare la Corea del Nord se essa non avesse confine con la Cina.

Al centro del discorso di Trump è stata come sempre la promozione dell’ultra nazionalismo: “America First”. Il presidente americano ha presentato il nazionalismo come soluzione per tutti i problemi del pianeta. “Lo Stato-nazione rimane il mezzo migliore per elevare la condizione umana”, ha proclamato in un discorso in cui le parole "sovrano" e "sovranità" sono state ripetute 21 volte.

Trump ha chiarito che la sua amministrazione è disposta a combattere contro qualsiasi nazione che non si pieghi al diktat di Washington. Tanto è vero che oltre a minacciare l'incenerimento della Corea del Nord perché sperimenta missili balistici e armi nucleari, ha minacciato di abrogare l'accordo nucleare del 2015 con l'Iran. Ha quindi messo gli Stati Uniti sulla via della guerra contro l'Iran, il cui il governo ha descritto come una “corrupt dictatorship,” un “rogue state” e un “murderous regime”.

Se Trump crede che l’Iran sia un medio paese mediorientale, una landa semi-desertica, torni a scuola. L’Iran ha una superficie pari a Regno Unito, Francia, Spagna e Germania messi assieme, e con quasi 80mln di abitanti, ed è uno dei paesi più montuosi del mondo, con vette che sfiorano i seimila metri, ricoperto da foreste con un clima molto piovoso, un territorio ideale per la difesa da attacchi esterni e per praticarci la guerriglia.

Alla vigilia del discorso di Trump, un funzionario senior della Casa Bianca ha detto ai giornalisti che il presidente americano aveva trascorso parecchio tempo a riflettere sul carattere “profondamente filosofico” del suo discorso. Non gli manca il gusto per l’ironia. Totalmente involontaria.
  

martedì 19 settembre 2017

[...]


La filodrammatica non muore mai.

O molto furbo o gran coglione



Su il manifesto compare un’intervista di Roberto Ciccarelli a tale Rutger Bregman, un altro infatuato di tutto ciò che circola di più bislacco in tema di reddito di base universale. Secondo costui si tratterebbe di un’idea che non è né di destra né di sinistra. Infatti è la solita cagata.

Già nel 1974 – sostiene Rutger Bregman – questa forma di reddito fu sperimentata a Dauphin in Canada. « … è stato l’esperimento più lungo di reddito ed è stato dimostrato che la povertà crollò tra gli abitanti, come il tasso di ospedalizzazione e le violenze domestiche. Le persone non lasciarono il lavoro, ma s’impegnavano diversamente».

Anche prendendo per vero quanto dice, Bregman tralascia due informazioni essenziali: i pochi partecipanti all’esperimento sapevano che il giochino del reddito minimo era limitato nel tempo e che poi tutto sarebbe tornato come prima e che dunque alcune migliaia di dollari annui non valevano un posto di lavoro. È ben spiegato qui.

Tagliando corto su tali idiozie, veniamo al climax della proposta di questo povero disgraziato di passaggio in Italia:

Per la prima volta nella storia tutti, e non solo i ricchi, potranno avere il privilegio di dire «no» a quello che non vogliono fare.

Se tutti avessero la possibilità, dunque il privilegio, di dire «no» a quello che non vogliono fare, la società borghese (e non solo quella) chiuderebbe i battenti prima di sera, e il signor Bregman troverebbe ben strano che nessuno voglia più alzarsi all’alba per pulire la stalla della fattoria dove viene prodotto il latte della sua colazione.

Il venditore di almanacchi farnetica che in tal modo si arriverebbe a “una soluzione win-win. Anche i ricchi otterrebbero dei benefici. Sradicare la povertà è un investimento che paga”.

È evidente che Bregman, la cui testa è piena di spazzatura se crede realmente a questa roba, non ha la minima idea su che cosa determini la condizione di povertà, ossia il bisogno di vendersi per sopravvivere. Soprattutto ignora il fondamento di ogni società di classe in generale, e la ragion d’essere del capitalismo in particolare. Il capitalismo non sono i “ricchi”. I quali, in senso stretto, non rappresentano nemmeno una classe sociale. Non basta essere ricchi per essere dei borghesi, né poveri per essere dei proletari. 

Tutti i ricchi del pianeta, posto per assurdo che abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con le stronzate alla Bregman, dare con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, ecc.. Tuttavia il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale ha bisogno di operare in determinate condizioni, e cioè di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile.

Quanto alla trita filosofia sulla tassazione dei profitti, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell'accumulazione capitalistica (*). Perciò, Rutger Bregman, o lei è molto furbo, oppure è un gran coglione.

(*) In Italia lo si è fatto credere per decenni, ed infatti vedi alla voce debito pubblico (e non solo).

lunedì 18 settembre 2017

Assassini del libero scambio


L’economia italiana torna a crescere. E anche la strage di proletari. Fatalità straordinaria! Mai sentito di un banchiere, un economista, un opinionista, insomma uno dei tanti rotti in culo, morire o ammalarsi di lavoro, cioè per quel vendersi al quale si è costretti per la disperazione di dover sopravvivere? Neanche uno.

Mai è stata proposta una giornata della memoria per quei milioni di morti ammazzati e devastati nel fisico e nella mente in nome e per conto della redditività del capitale, di quell’internazionale dello sfruttamento umano. Non c’è uno solo degli effetti benefici del capitalismo che non sia stato pagato dalla disgrazia di generazioni condannate a raccogliere l’amarezza di una vita sacrificata al lavoro salariato.

E ci sono facce toste che ti vengono a raccontare che a ciò non c’è alternativa! Farabutti. Come se fosse necessario consumare inutilità lucrative, surrogati che l’inganno e la truffa reclamizzano con l’aiuto di una scienza della messinscena e del condizionamento. Ti dicono: è il mercato, bellezza, mentre la pressa ti stritola il braccio e il lavoro alienato ti baca il cervello. La proliferazione dell’inutile e la rarefazione dell’essenziale non poteva trovare più adeguata espressione che nella truffa finanziaria internazionale, nelle banche impegolate in ogni sorta di scommessa persa in partenza, e in una pletora di camerieri usurai del libero scambio.