sabato 21 febbraio 2015

Letture


Non è importante quanti libri si siano letti, ma quali e quanto se n’è fatto tesoro. Le librerie negli ultimi tempi, com’era inevitabile dato il centenario, propongono diversi titoli che trattano del primo conflitto mondiale. Si tratta di saggi poco utili e che non aggiungono nulla di nuovo. Forse è meglio rileggere qualche vecchio libro, tra quelli tradotti, come quello di Fischer Fritz, Assalto al potere mondiale. E però se si vuole andare su una lettura meno impegnativa, dai vecchi scaffali c’è di che scegliere. Per esempio Barbara W. Tuchman (1912-1989), una storica americana con il vizio della divulgazione, la quale ha scritto un libro che merita di essere letto: I cannoni d’agosto.



La Tuchman racconta gli antefatti che portarono alla prima guerra mondiale, soprattutto gli errori di calcolo, e gli avvenimenti che seguirono sui campi di battaglia. Certo, non possiamo accontentarci della descrizione di tali motivazioni, ma è comunque una lettura d’ambientazione molto valida, tanto più che il libro è scritto bene. Fu edito nel 1962, ossia nell’anno della crisi di Cuba. Dai cannoni d’agosto ai missili d’ottobre.

I più giovani non se lo ricordano quel frangente dell’autunno 1962, ma quelli un po’ più anziani forse sì, se non altro per i volti pensierosi e preoccupati degli adulti, i titoloni sui giornali, l’orecchio teso alla radio e l’attesa per il telegiornale. Si rischiò davvero la catastrofe nucleare, anche in tal caso per un errore di calcolo.

Non voglio qui rievocare nel dettaglio quei fatti così lontani e purtroppo dimenticati (o per fortuna?), ma tentare di rintracciare, brevemente, delle analogie tra la crisi di Cuba e quella attuale che vede al centro della scena l’Ucraina. Più che analogie tra i due fatti direi che si tratta in realtà di rilevarne le diversità, tuttavia molto istruttive credo per comprendere quanto sia altrettanto pericolosa la situazione di crisi che si va delineando nella nostra epoca.

La crisi dei missili di Cuba aveva delle caratteristiche che, come dirò, la situazione in Ucraina non presenta. Per prima cosa la contesa riguardava una zona dove gli Usa godevano di una netta superiorità negli armamenti convenzionali; non minacciava direttamente la sicurezza nazionale dell’Unione sovietica; a provocare la crisi erano stati gli americani l’anno prima con il tentativo d’invasione di Cuba, ma erano i russi in quel momento a violare le norme principali di coesistenza installando i  missili, e dunque non avrebbero potuto difendere in modo plausibile quella causa davanti all’opinione pubblica mondiale.

Kennedy disse a Gromiko [*], proprio in quei giorni d’ottobre, che gli Usa desideravano per Cuba un governo diverso. Fu facile per il ministro degli esteri sovietico ribattere: con quale diritto gli Usa vogliono imporre un governo diverso ai cubani? C’è peraltro da osservare che la violazione delle norme principali di coesistenza era un dato di fatto per gli Usa, i quali avevano basi di missili nucleari in molti paesi confinati con quelli del Patto di Varsavia e con la Russia stessa (Turchia), mentre a quel momento l’Urss non aveva basi di lancio al di fuori dei propri confini nazionali. Come solito, in queste questioni gli Usa agli strumenti pacifici della diplomazia preferivano la “diplomazia della crisi”.

Ad ogni modo tali caratteristiche della crisi favorirono la soluzione pacifica della crisi stessa, anche perché Kennedy e McNamara (segretario difesa Usa) non diedero retta ai soliti Stranamore del Pentagono. E anzi fu proprio McNamara, in seguito vituperato per le vicende vietnamite, ad avere l’idea del blocco navale in alternativa all’invasione di Cuba, e fu merito di Kennedy, uomo pragmatico e di buon senso, quello di sostenere con decisione la proposta di blocco navale.

Kennedy in seguito convenne: “Se avessimo invaso Cuba … sono sicuro che i sovietici avrebbero agito. Avrebbero dovuto farlo, come noi nelle stesse condizioni. Ogni grande potenza ha degli obblighi inesorabili cui non può sottrarsi.” [**]

Il 27 ottobre il Cremlino inviò a Washington un messaggio ufficiale in cui venivano formulate delle proposte di compromesso: i russi ritiravano i  missili e gli Usa riconoscevano l’inviolabilità di Cuba. Le navi con i missili intermedi tornarono indietro, le rampe con quelli a medio raggio furono smantellate e fu evitata la guerra nucleare stante dunque la ragionevolezza e la buona predisposizione a trattare di Kennedy e Kruscev, il quale tre mesi dopo silurò il maresciallo M.V. Zacharov, capo di stato maggiore dell’esercito. [***]

Molto meno noto che nella vicenda dei missili ebbe un ruolo anche l’Italia, più precisamente alcuni italiani allocati a Istanbul, e delle foto scattate al passaggio di navi russe ….. Poi vennero i sorvoli degli U2 su Cuba.

In conclusione, vediamo come la crisi Ucraina presenti delle caratteristiche diametralmente opposte a quella cubana, e, all’opposto, per nulla favorevoli a una soluzione pacifica della crisi. Lì è minacciata la sicurezza nazionale russa; le forze convenzionali russe sono preponderanti; vi è stata una palese violazione delle norme principali di coesistenza (tranne che per i media occidentali, ovviamente); sono in atto dei combattimenti. E, fatto non trascurabile, è cambiata la strategia geopolitica e la qualità delle élite occidentali e orientali odierne è assai scadente. Oggi invece di grandi leader carismatici d'un tempo abbiamo dei banchieri, e non conosco un solo banchiere che sia carismatico e abbia un cuore.


[*] Andrej Gromiko, Memorie, Rizzoli, p.182.

[**] Citato da A. Schlesinger, I mille giorni di JFK alla Casa Bianca, Rizzoli, p. 819.


[***] «Fu solo dopo la crisi di Cuba che Kruscev si rese definitivamente conto dell’esistenza di un obiettivo cui tutti gli altri dovevano essere sacrificati, e questo era la pace, che doveva essere la salvaguardata prima di tutto per la salvezza dell’Unione Sovietica, e quindi per quella del mondo intero […]. Erano già alcuni anni, a dire il vero, che [Kruscev] desiderava la pace più d’ogni altra cosa, ma fino ad allora non era stato capace di accettarne per intero le conseguenze. I razzi a Cuba costituirono il suo ultimo tentativo di ribellarsi al suo destino (Edward Crankshaw, Kruscev, Rizzoli, p. 354).»

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